Parliamo di Brand naming
Scarica il workbook pratico che ti aiuterà a realizzare da zero il tuo primo progetto di naming. E guarda la video lezione dedicata interamente al mio metodo L.I.V.I.A.
Lavoro come copywriter dal 2018 e oggi guido la mia agenzia di comunicazione, ma per anni il processo di naming è stato il mio tallone d’Achille. È sempre stato un tipo di progetto estremamente difficile da gestire, al punto che, quando lavoravo come freelance, evitavo di proporlo ai miei clienti se non in rarissimi casi sporadici.
Purtroppo (o per fortuna), l’attività imprenditoriale non ti lascia scampo: ho dovuto ideare i nomi per i miei servizi, le mie newsletter e ogni mia proposta commerciale.
Ho passato anni a “partorire” nomi, aspettando l’idea giusta e odiando profondamente ogni minuto del processo. Almeno fino a oggi.
In questo articolo voglio spiegarti il metodo che ha finalmente messo ordine nel mio caos creativo.
Ti mostrerò il framework che mi permette di realizzare strategie di naming coerenti con il brand, uniche, originali e, soprattutto, efficaci.
Vedremo insieme, passo dopo passo, come ho ideato il nome per il rebranding della mia mentorship (Enfasi) e come anche tu puoi costruire proposte di valore per i tuoi clienti senza impazzire a ogni brainstorming.
Prima di tutto, mettiamo le cose in chiaro: fare naming non significa trovare una parola “carina” che suoni bene.
È una disciplina tecnica a tutti gli effetti, con le sue regole, i suoi criteri e un processo rigoroso.
Come ogni disciplina, smette di essere un salto nel buio solo quando impari a maneggiarla davvero.
Da manuale, il naming è il processo di creazione di un nome per un’azienda, un prodotto, un servizio o qualsiasi asset di comunicazione.
Ma un nome non è una semplice etichetta: è il primo touchpoint strategico con chi ti incontra per la prima volta.
Un nome lavora sulla memoria, sull’emozione e sulla percezione del valore del tuo brand, anche (e soprattutto) quando non ci sei tu nella stanza a spiegarlo.
Per definire una brand naming strategy che funzioni, non puoi muoverti a caso.
Esistono diverse categorie di nomi e conoscerle ti serve a capire cosa stai cercando prima ancora di iniziare a scarabocchiare parole su un foglio:
Nomi Descrittivi: Raccontano direttamente cosa fa il prodotto o il servizio. Sono chiari e immediati, ma hanno un grande limite: sono poco memorabili e spesso difficili da proteggere legalmente.
Nomi Evocativi: Non descrivono, suggeriscono. Creano un’atmosfera e attivano un’associazione mentale. Sono molto originali, ma richiedono un lavoro di posizionamento più profondo per essere compresi dal mercato.
Nomi Inventati (Neologismi): Parole che non esistevano prima, costruite a tavolino combinando suoni o radici. Sono unici e facilmente registrabili, ma partono da zero in termini di significato: devi essere tu a riempirli di valore.
Nomi Metonimici: Spostano il concetto usando una parte per il tutto, un effetto per la causa o un simbolo per rappresentare un valore.
A queste si aggiungono gli acronimi, i nomi propri e quelli geografici.
Nessuna categoria è universalmente migliore delle altre; la scelta dipende esclusivamente dal tuo obiettivo.
Un buon nome, a prescindere dalla categoria a cui appartiene, deve rispondere a criteri precisi per essere considerato un asset: deve essere pronunciabile, memorabile, originale e non deve creare confusione con la concorrenza.
Soprattutto, deve portare con sé il significato giusto per il contesto in cui vivrà.
Una nota necessaria: non basta una ricerca veloce su Google per capire se un nome è usabile. Se stai nominando un’azienda o un prodotto fisico che va sul mercato in modo strutturato, il nome va verificato a livello legale e registrato.
Sempre.
Il metodo che ti mostro qui è quello che utilizzo principalmente per servizi, newsletter, profili e asset di comunicazione.
Per tutto il resto, il mio consiglio è di non fare da sola: contatta un legale.
Detto questo, entriamo nel vivo del processo.
l problema vero con il naming è che viene quasi sempre presentato come un processo creativo puro.
Ed è proprio qui che nasce il mio rapporto complicato con questa disciplina.
Non mi piace aspettare l’ispirazione.
Non mi piace aprire un documento bianco e sperare che, per grazia divina, arrivi un’idea buona.
Non funziono così e, onestamente, non credo che un business possa permettersi di dipendere da un umore passeggero.
Io lavoro bene con i metodi.
Funziono quando ho davanti le domande giuste, una struttura solida e un processo di cui conosco perfettamente l’inizio e la fine.
Il naming, almeno nel modo in cui me lo avevano raccontato all’inizio della mia carriera, era l’esatto opposto:
Brainstorming liberi e senza bussola;
Mappe mentali sparse ovunque senza una gerarchia;
L’attesa estenuante del “colpo di genio” che risolve tutto.
Ogni volta che ci mettevo mano seguendo quegli schemi, mi sentivo nel posto sbagliato. Mi sentivo inefficiente.
Finché non ho capito che il problema non era il naming in sé. Il problema era che stavo cercando di farlo nel modo sbagliato per il mio modo di lavorare.
La verità è che un metodo esiste anche per il naming: bastava smettere di cercarlo nei manuali di creatività astratta e iniziare a costruirselo con la logica della strategia.
Dopo anni di tentativi ed errori, ho capito che per smettere di aver paura del foglio bianco serviva una struttura.
Ho chiamato questo framework Metodo LIVIA.
È un percorso in 5 step che trasforma il naming da un “speriamo che mi venga un’idea” a un processo di costruzione logica.
Ecco come funziona, dall’inizio alla fine.
Se non sai dove stai andando, ogni strada va bene, ma nessuna ti porterà a destinazione.
La creatività senza confini è solo rumore. In questa fase definiamo i paletti: chi è il target? Qual è il posizionamento? Cosa non vogliamo assolutamente comunicare?
Iniziamo a costruire il recinto entro cui muoverci.
Senza un brief di ferro, il naming è destinato a fallire.
Qui apriamo i rubinetti. Prendiamo i concetti emersi nel brief e li espandiamo.
È la fase della divergenza pura: sinonimi, riferimenti culturali, gergo tecnico, suggestioni visive.
Non esiste filtro, non esiste giudizio. L’obiettivo è mappare l’intero universo semantico che ruota attorno al brand.
Dopo l’espansione, serve la pulizia.
In questo step iniziamo a raggruppare le parole e le idee in “isole” concettuali. Cerchiamo pattern, ripetizioni, territori che sembrano più fertili di altri. Identifichiamo i 3 o 4 pilastri strategici su cui vale la pena scommettere davvero.
Passiamo dal “tutto” al “rilevante”.
Questa è la fase dove succede la magia, o meglio, lo scontro. Facciamo collidere i concetti tra loro.
Cosa succede se uniamo un termine materico a un concetto astratto? Cerchiamo la frizione, l’associazione inaspettata che crea un significato nuovo e potente.
È qui che nascono i nomi che hanno una “schiena dritta” e che si fanno notare nel mercato.
Alla fine del processo, la pancia deve stare zitta. Valutiamo le proposte rimaste sulla base di criteri oggettivi: fonetica, memorabilità, coerenza strategica e, ovviamente, possibilità di utilizzo.
Non scegliamo il nome che ci sembra “più carino”, ma quello che risponde meglio agli obiettivi che ci siamo dati nel primo step.
Nota per chi vuole sporcarsi le mani: Questi sono i binari su cui corre il mio lavoro. Tuttavia, sapere cosa fare è diverso dal sapere come farlo operativamente senza perdere ore davanti allo schermo. Per questo ho preparato una risorsa pratica: un template che puoi seguire passo dopo passo per applicare il Metodo LIVIA ai tuoi progetti o a quelli dei tuoi clienti.
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